Caro Augias... non era vero...

 

Gentile dott. Augias,

ci siamo conosciuti durante il Premio Viareggio 2005, faccio parte dell’organizzazione e l’ho accompagnata più volte dal suo albergo alla Cittadella del Carnevale.

Durante una di quelle trasferte ha usato il mio cellulare e, quando ha visto la foto sul display, mi ha chiesto chi era e se studiava.

Io le ho risposto che era mio figlio e che lavorava.

Non era vero: mio figlio non faceva più parte del percorso della vita e se n’era già andato in luoghi a me sconosciuti.

Un incidente sul lavoro me lo ha strappato ancora ragazzo e pieno di sogni ed ha condannato noi rimasti, padre madre e un fratello, ad una vita che non abbiamo scelto dove ci sentiamo estranei e altro da quello che eravamo.

Sono passati 3 anni da quel giorno.

Mi piacerebbe raccontare personalmente a Lei, così sensibile e gentile, il dramma che si è consumato dopo questo lutto devastante, le attese, le speranze di arrivare ad una verità, un coinvolgimento umano nei nostri confronti….

Niente di tutto questo, Lei non ci crederà ma dopo non succede niente.

Sappiamo solo che l’azienda era un tugurio e nessuna delle più semplici regole che disciplinano il lavoro e la sua sicurezza erano state rispettate.

Questi “assassini” rientrano negli omicidi colposi e quindi, nei lunghi mesi, anni di attesa del processo, i responsabili  continuano a fare la vita di prima, nel nostro caso, poi, il tipo ha continuato tranquillamente sino a pochi mesi fa ad essere il presidente della Confartigianato di Lucca, (addetto alla sicurezza nei posti di lavoro!) è ancora membro del cons. d’amministrazione di due banche (Cassa di Risparmio Lucca, Pisa, Livorno e Fondazione Banca del Monte)

La sua azienda ha riaperto dopo poche settimane.

Arrivati al processo, ha chiesto e ottenuto (senza il nostro consenso) il patteggiamento delle pena.

Un figlio di 23 anni contro 1 anno e 8 mesi.

Il mio impatto con la giustizia è stato devastante.

Sembra che il rigore e la durezza, a volte eccessivi,  che applica in alcuni casi , si perde completamente quando si affronta la difficile questione degli infortuni sul lavoro.

Sembra che queste morti non siano tali, ma meri episodi di accidentalità, di sfortuna e di conseguenza la giustizia, supportata da leggi vergognose, non si mette in moto e i magistrati adottano una specie di disarmo morale, di mancanza di umanità nel considerare che una giovane vita è stata stroncata dalla inadempienza delle più semplice regole che disciplinano il lavoro e la sua sicurezza.

Vorrei invece, in questa sua rubrica che da anni leggo con piacere, affrontare alcun riflessioni che mi vengono spontanee dopo 3 anni di contatti e richieste di verità che sono andata ad elemosinare ovunque.

Le istituzioni sono ormai dei beni privati, di proprietà dei loro dirigenti e di chi li rappresenta ma completamente staccati dagli interessi dei cittadini.

Dobbiamo restituire moralità alla politica e alle istituzioni, fare in modo che invece di vederle muoversi solo per conservare il potere e i loro privilegi, si muovano per promuovere l’interesse del cittadino e dare risposte migliori.

Un dirigente, un sindacalista,  un magistrato, un politico, devono sentire in primo luogo l’appartenenza allo Stato non all’organo cui appartengono. Ci devono rappresentare e difendere..

Perché si riesca a cambiare e intraprendere un percorso che ci riporti all’uomo, unica strada possibile per un essere umano, e non al mercato o alla logica di potere, chiedo a tutti voi di coinvolgere le famiglie che hanno subito questo grave lutto: ascolterete cose inimmaginabili, vite stravolte, famiglie distrutte che stentano ad andare avanti.

La maggior parte di noi sembra ormai indifferente alla sofferenza altrui, prendiamo le distanze e la cosa più terribile è che ci muoviamo rinunciando a pensare e accettiamo automaticamente linguaggi e imposizioni dettate dagli altri.

Io non ho accettato questo compromesso e mi sono ribellata, ho gridato, insieme al Comitato di splendidi amici che si è costituito per sostenere la causa di Matteo e di tutti gli altri Matteo che ogni giorno muoiono nei posti di lavoro, perché non ci fosse il silenzio che sempre cala dopo pochi giorni dall’accaduto.

Perché la morte di mio figlio è una tragedia ma la morte di molti ragazzi è purtroppo ancora una statistica senza nome e senza volto.

La ringrazio tanto e spero che pubblicherà questa mia l’8 novembre, giorno in cui la mia vita ha smesso di essere un miracolo.


(La invito, se vorrà, a consultare il sito di mio figlio www.matteovalenti.org)


La mamma di Matteo Valenti

Gloria Puccetti

Lettera della madre di Matteo Valenti a Corrado Augias sulla Repubblica. Lettera mai pubblicata.

Viareggio 5 novembre 2007

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