Lettera di Daniela Levantino al direttore di Repubblica

Egregio Direttore,

ieri a Roma tra i tanti striscioni portati dai manifestanti contro il lavoro precario, uno diceva: “Matteo aveva un sogno. La vita.”

L’8 novembre 2004, Matteo Valenti, un ragazzo di 23 anni, assunto da 20 giorni come apprendista in una fabbrica di cere, stava trasportando a mano, da solo, un “pentolone” in cui avevano bollito, chiamiamoli così, vari ingredienti chimici; cosa sia accaduto non si sa, c’è stato un boato e il fuoco: nessun indumento antinfortunistico, nessun sistema antincendio, nessun allarme, nessun erogatore d’acqua (leggi: rubinetto) funzionante,  nessuno che sapesse cosa fare.

Matteo è morto per le gravissime ustioni pochi giorni dopo a Genova.

Simbolo estremo, con tanti altri giovani morti sul lavoro, che la precarietà è oggi uno stile di vita nel quale la vita stessa può diventare un sogno irraggiungibile.

Ma a Viareggio nel nome di Matteo si  è costituito un Comitato popolare, si sono sottoscritte 3000 firme; il Sindaco si era reso disponibile a nome della giunta a costituirsi parte civile nel processo; in questi due anni sono intervenuti sottosegretari, il presidente e il vice presidente della Provincia, assessori e consiglieri regionali: tutto questo perché si desse verità e giustizia a quella morte e perché quell’otto novembre diventasse una presa di coscienza collettiva e si mettessero in atto tutte le azioni possibili volte a sconfiggere gli infortuni e le morti sul lavoro.

E per quello che è di nostra competenza, molte cose hanno già preso il via con le scuole, con l’Asl, con l’Amministrazione Comunale.

  Il 18 ottobre scorso ha avuto luogo presso il tribunale di Lucca, l’udienza preliminare in cui era imputato di omicidio colposo per la morte di Matteo, l’ imprenditore proprietario della fabbrica di cere. Questo signore che ricopre varie cariche tra cui anche quella di responsabile per la Sicurezza nei luoghi di lavoro a livello provinciale per la Confartigianato, ha chiesto, tramite i suoi legali, il patteggiamento, proponendo a suo carico la pena di 2 anni e 10 mesi di reclusione.

Poiché in caso di accertata responsabilità per la morte di un lavoratore la pena massima prevista dal nostro codice è di 5 anni, si può dire che si è “autocondannato” ad una forte pena.

Generalmente di fronte alla richiesta di patteggiamento il giudice ha buoni motivi per accettare e quindi non dar luogo al  processo (basta considerare le difficoltà e il “sovraffollamento” di pratiche dei nostri tribunali!); figurarsi quando lo stesso imputato non invoca attenuanti!

Ma per me, come credo per tante persone che in questi due anni non hanno mai smesso di mantenere viva e forte l’attenzione sull’ultima terribile esperienza di Matteo, annotando e provando dolore e rabbia per tutte le morti che ci sono state dopo la sua, oggi ci sono due domande a cui vorrei qualcuno desse risposta.

Io non commento la procedura scelta dal giudice del tribunale, ossia quella di accogliere la richiesta di patteggiamento e neppure il “peso” della pena inflitta, perché tutti atti previsti e sanciti dalla nostra legislazione.

Mi chiedo solo come mai il comune sentire, l’attesa delle persone, semplici cittadini o democratici esponenti delle istituzioni, siano così distanti dalle forme e dalla sostanza con cui si muove la Giustizia.

La Giustizia in questo caso per noi era dar corso ad un processo, non perché nella sostanza si sarebbe modificata l’entità della pena, ma perché ci pareva l’unico modo da parte di chi amministra la legge, di affermare che la responsabilità di una morte sul lavoro è un reato, un grave reato e che la Giustizia si adopra per sconfiggere quel senso di impunità che avvolge inadempienze e leggerezze in tema di sicurezza e prevenzione.

Se così fosse andata forse non si porrebbe più l’altra domanda e ossia come mai all’incredibile tragedia delle morti sul lavoro fanno un forte e chiaro richiamo il Presidente della Repubblica e il Papa e non c’è stata un’Organizzazione qualsiasi delle Imprese, da quelle grandi all’elogiata piccola e media, che abbia sentito il dovere di interrogarsi e, tra la marea di consigli e giudizi che danno su tutto e a tutti, di richiamare pubblicamente i propri associati ad una azione seria sullo stato della sicurezza nei luoghi di lavoro.     

Non è avvenuto neppure nella nostra provincia dove, pur come sinteticamente accennavo sopra, una morte sul lavoro ha travalicato l’ambito delle organizzazioni dei lavoratori per diventare tema e impegno di una collettività e delle sue rappresentanze istituzionali.


Distinti saluti

                                                             Daniela Levantino

Viareggio, 5 novembre    

Pubblicata su Repubblica i 7 novembre 2006

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