Oggi è il 12 novembre. Sono passati 5 anni dalla scomparsa di nostro figlio.

In questi giorni tristi e freddi di una  ricorrenza che ha segnato per sempre le nostre vite, abbiamo  voglia di ricordare, ma abbiamo anche voglia di celebrare questa giornata importante per sensibilizzare la nostra città e per parlare con gli studenti delle nostre scuole sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

I giovani sono la nostra speranza, i protagonisti positivi della storia ma sono il principale bersaglio dello sfascio in atto nel nostro Paese.

Hanno problemi nelle scuole, nelle università, nella ricerca di un lavoro o nel mantenere il proprio posto di lavoro.

Vogliamo raccontare loro la nostra storia e vogliamo esortarli a stare attenti

nel momento in cui si affacceranno al mondo del lavoro.

Entrati in una fabbrica, in un’azienda, raramente vengono formati, nessuno veglia su di loro, non c'è attenzione alla vita umana.

Quindi è importante che all’interno della loro scuola si parli di cos’è la sicurezza perché diventi un’abitudine consolidata e perché crediamo che la cultura della sicurezza si sviluppa e si consolida quanto più precocemente si inizia il processo educativo e questo deve diventare un compito importante di tutte le istituzioni.

Nel piccolo libro che alleghiamo c’è la testimonianza di tutto il nostro lavoro, di tutto quello che abbiamo fatto in questi  anni perché le cose prendessero una piega diversa, più umana, più giusta, di quanto ci siamo impegnati senza mai mollare…

ma ci sono dentro anche le nostre sconfitte…

non ci siamo riusciti, abbiamo lottato contro un muro insormontabile e inattaccabile:

il muro delle leggi del nostro Stato che umiliano le famiglie delle vittime e sembrano proteggere i responsabili... il muro della burocrazia... il muro della lentezza dell'iter giudiziario che non ha rispetto neanche del lutto.

È possibile che non ci siano corsie preferenziali e velocissime, dotate di profili umani e sensibili verso coloro che hanno subito una perdita così grave?

Non solo, è possibile che i familiari delle vittime della Tyssen debbano lottare e scrivere al Presidente della Repubblica, per timore che l'art. 10 bis (del decreto correttivo del TU), la norma “salvamanager”, minacci di stravolgere il processo in atto? E soprattutto la punibilità dei responsabili?

È possibile che le stesse vicende dolorose che abbiamo passato e stiamo passando, perché il dolore del lutto non passerà mai più, le dobbiamo rivedere e rivivere per la strage di via Ponchielli?

È possibile che nessun governo riesca a far nascere una cultura d’impresa che sappia combinare un buon profitto con un’organizzazione del lavoro che non porti con sé, quasi fosse naturale, una scia di lutti e sofferenze?

Perché ci tocca anche lottare per avere giustizia? Non è un nostro diritto?

L’iter legale è doloroso ed estenuante, dura anni, sembra che aspetti che si plachi l’onda emotiva per arrivare più facilmente alla sua conclusione ma raramente arriva   all’individuazione delle responsabilità. E quando ci si arriva vengono emesse sentenze con punizioni che non puniscono perché le leggi non condannano e non danno dignità e giustizia ai familiari delle vittime.

È una politica di morte e non di rispetto per la vita.

Lo Stato deve vigilare affinché si arrivi sempre ad un processo e affinché il processo approdi ad una sentenza... altrimenti si uccidono due volte coloro che sono scomparsi, si uccidono due volte tutti i parenti che sono sopravvissuti.

In questa giornata così importante per la sicurezza nei luoghi di lavoro

Io faccio un appello a tutti coloro che sono qui

vi chiedo un miracolo per la via Ponchielli:

che tutto questo non accada

che si snelliscano le burocrazie

che vengano ridate velocemente le case a tutti coloro che le hanno perse

che vengano individuati i colpevoli

che vengano puniti.

Oggi tutto si compra e si consuma... ci si muove in fretta perché il tempo è denaro… ma quando muore una persona cara... gli orologi si fermano

si fermano le nostre vite perché muoriamo un po’ anche noi...

si pensa diversamente, siamo diversi, siamo persone nuove perché ci tocca  un’altra vita.

Aiutiamo coloro che oggi fanno fatica a respirare a ritrovare la speranza nella vita, con grande senso di responsabilità e guidati da un unico sentire: sarebbe potuto succedere anche a me.


La mamma di Matteo Valenti

Gloria Puccetti

Lettera della madre di Matteo del 12 novembre 2009

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