Lettera di Nevio Casadio

sulle morti bianche

Illustre Signor Presidente,

mi manda Giuliano. Giuliano Valdi era un ragazzo di 22 anni, amava la vita e le cose semplici. La mattina del 23 dicembre del 1999, si recò al lavoro; quel giorno, aspettando Natale. Ma Giuliano, sul posto di lavoro di operaio addetto alla smerigliatura di caffettiere di alluminio, in quella fabbrica di Verbania, fu dilaniato  dall’esplosione di un macchinario, che gli lasciò intatti soltanto i piedi.

La Ballata di Giuliano è il titolo di una inchiesta televisiva sulla strage quotidiana, nascosta, eppur a portata di mano di  lavoratori, uomini e donne di ogni età. Un viaggio in Italia  da nord a sud, nel mondo vergognoso delle morti bianche che uccideva lavoratori considerati pezzi di ricambio di un ingranaggio perverso e impunito.

Era il 2000 e di lavoro si moriva. Ieri, come oggi, di lavoro si muore.

Un trafiletto sul giornale, una dichiarazione di circostanza e si continua a morire. Si parla di morti bianche, associando ad esistenze spezzate il colore della purezza, innocenza e castità. Bianco come un giglio, il pane, una voce o la neve. Invece le morti bianche sono le morti della vergogna, per crimini quasi sempre impuniti e ogni giorno l’elenco di lavoratori morti ammazzati gonfia, nel silenzio, almanacchi

in armadi nascosti. Lungo il Paese, si snoda una invisibile spoon river di caduti in nome del lavoro. Fabbriche, laboratori, campi, cantieri, realtà produttive di ambiti diversi, sono luoghi dove un giorno qualcuno ha perso la vita nella prassi ordinaria di un crimine bianco.

È avvenuto lì, ma non c’è traccia alcuna della barbarie avvenuta. Ogni giorno passano tra le mani di tutti noi, cose ed oggetti di largo consumo, nel cui processo di produzione, probabilmente qualche lavoratore ci ha lasciato la pelle. Ma anche in quella cosa od oggetto, non c’è traccia alcuna della barbarie avvenuta.

È bene non sapere e non vedere.

Perché non ci confrontiamo, invece, con le nostre spoon river sparse, per averle sotto gli occhi ogni giorno?

Perché non mettere a ricordo una lapide, un cippo a monito e ricordo, sui luoghi di lavoro, dove per lavoro è morto qualcuno?

Perché non devolvere il ricavato dell´intera produzione macchiata da una morte bianca insanguinata, ai familiari del lavoratore caduto nel lavoro?

Perché non avvertire il cittadino che quel determinato prodotto porta in sé la tragedia? (Giuliano, smerigliava macchinette da caffè).

E, ancora, perché nella giornata dedicata alle vittime sul lavoro, altoparlanti lungo le strade e le piazze,  e ancora radio e televisioni, non diffondono nomi e cognomi delle persone falciate dai crimini nascosti, in un elenco secco, senza commento?

Signor Presidente, la Sua voce, in occasioni ricorrenti, ha squarciato il silenzio contro la barbarie quotidiana, ignorata, ricordando a tutti noi che anche un unico morto di lavoro,  è di troppo in un paese civile, quale il nostro Paese è.

Ognuno di noi contribuisce a far morire qualcuno ogni giorno, di morte bianca. Nella cieca ed esasperata competitività produttiva; nella forsennata rincorsa all’ideologia consumistica; nel silenzio. E nell’ipocrisia, ancor di più.

Con i migliori auguri

Nevio Casadio

AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Giorgio Napolitano

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