una storia bianca…

quella di Matteo




Omicidi bianchi



Dedicato a tutte le mamme che hanno perso un figlio

Dedicato a tutti coloro che soffrono per la perdita di un loro caro



8 Novembre 2004, ore 9.00


Si sono litigati la maglietta come ogni mattina, poi si sono salutati, il piccolo a scuola, il grande al lavoro.

Nuovo lavoro, non più il panificio con gli orari drammatici, il sabato, la domenica, il mattino quando ancora è buio e la città dorme.

Lavoro nuovo, non sappiamo dove, non sappiamo cosa, non conosciamo l’azienda, ma da subito le poche notizie mi creano disagio, diffidenza, è altro da noi e dalla nostra storia… solventi, pericolo, cere? Non capisco.

Matteo è felice, 8 ore al giorno, sabato e domenica a casa, può stare di più con il suo amore, quindi non vuole storie, né intrusioni, vuole lavorare lì, no, mamma, tu non vieni a controllare, non ti permettere, ho 23 anni.

Raccontami cosa fai? Con chi lavori, il titolare chi è? È gentile? Non ti preoccupare…

Non sono preoccupata, sono fuori di me, non penso ad altro, non so cosa fai, lui non lo conosciamo, ho lavorato 6 anni in quella strada, ho chiesto informazioni ma nessuno lo conosce, nessuno sa che c’è un’azienda di cere… perché?

Passano i giorni, cresce l’ansia, tutti lo mettono in guardia: le nonne gli amici, ho deciso, telefono al titolare, sono la mamma di Matteo, non sono tranquilla, che fa mio figlio? È giovane, è alla seconda esperienza lavorativa, è ancora un ragazzino…

Signora, ma vuole scherzare, la nostra azienda esiste da più di 50 anni, ce la tramandiamo di padre in figlio, è un posto sicuro, non è mai successo niente, io e mia moglie lavoriamo con lui…” (sic).

Quella voce, quel tono… non solo non mi tranquillizzano ma decido, vado.

Due sono le cose mi angosciano, la prima è che Matteo ha portato il contratto a casa, non l’ha letto, come tutti i giovani, ma io sì, pericoli e segnali di morte sparsi in qua e là, la seconda è quando per tranquillizzarmi mi ha detto che è un’azienda familiare…

No!!! Meglio un supermercato… vado, arrivo davanti, conosco bene la strada e le attività, ci ho lavorato per anni, il gommista, la mesticheria, i cellulari… il bar, ecco davanti al bar, guardo c’è una targa d’ottone… ma dove si entra? non capisco... C’è qualcosa che mi frena, non è come gli altri posti di lavoro, si vedono, si entra… qui no, rimango a guardare la targa… strana, come quella dei professionisti… poi non so perché mi allontano, vado al bar, prendo un caffè e torno a casa.

Che dio mi perdoni…

Passano i giorni…

Sta succedendo qualcosa nella mia famiglia e non so come impedirlo.

C’è qualcosa che mi scappa di mano…

Si fermi il mondo!! Fermate tutto!! Concentriamoci sulle cose importanti!

Stop al lavoro, stop al quotidiano che va avanti da solo (per inerzia), stop alla vita di sempre così distratta e veloce.

Allarme!!

Un figlio ha imboccato una strada sconosciuta, fermate il tempo, andiamo a vedere, portiamolo via!!!

Torniamo indietro!… (per quanti mesi queste due parole mi trafiggeranno il cuore giorno e notte…)


Sono le 9 del mattino, sono a casa, prendo le misure in camera di Matteo per comprare un letto più grande, nel week-end arriva sempre il suo amore, sono stretti nel lettino… vado in cucina, prendo il metro, suona il telefono… …rispondo… è il Pronto Soccorso, venga , suo figlio ha inalato sostanze tossiche…

Vado, non so come, non so cosa penso durante, arrivo e come dico il suo nome, si apre un varco e tutti mi guardano strano… dov’è Matteo?

Venga, si sieda, c’è stato un incendio… cosa?? Mi drogano... mi devono raccontare l’inenarrabile, l’orrore… lo fanno con dolcezza lentamente a piccole dosi… il padre dov’è… è a Sarzana, lo chiami, cerchi di essere forte.



Genova


Stiamo andando a Genova

Nelle vene, adrenalina, acqua o non so, so che le gambe non riescono a star ferme.

La scia bianca di un aereo nel cielo… è Matteo che ci lancia un segnale dall’elicottero che lo sta portando al centro grandi ustioni di Sampierdarena.

Senso di vuoto ma ancora siamo vivi, speriamo, siamo ancora in questa vita, la prima vita, quella vera.

Matteo… persona gentile e scherzosa, ironica, divertente, al riparo da ogni contaminazione, da ogni degrado dell’anima.

Non sei riuscito a proteggere il tuo corpo, così materiale, così forte e giovane, ma così vulnerabile e non lo sapevi…

Non ci siamo neanche salutati stamani… e ieri abbiamo litigato come sempre, come spesso.

E stamani eri solo... hai gridato... non c’eravamo… non ti abbiamo potuto aiutare, non abbiamo potuto dare la nostra vita per salvare la tua, neanche provarci, come è naturale, come è giusto, come la natura comanda…

Cosa ci è successo?? a noi?? Queste cose capitano agli altri e le leggiamo con dolore ma distrattamente…

Matteo, il mio ragazzo, il nostro primo figlio, il figlio della memoria.

Nelle vene, adrenalina, acqua o non so, so che le gambe non riescono a star ferme.

Iniziano le telefonate di amici che hanno saputo...

A Viareggio si è sparsa la voce, sono disperati, alcuni gridano, altri piangono, molti hanno ascoltato i racconti dei soccorritori, conoscono lo stato di quel corpo martoriato che è uscito dalla trappola che si chiama MOBILIOL. Noi… non ancora.

Arriviamo e finalmente lo vediamo.

Le parole non ci sono per descrivere quello che ci è toccato vedere…

È in una stanza, sedato, non ci possiamo parlare, non lo possiamo abbracciare, non lo possiamo baciare, possiamo solo sentire il suo respiro faticoso attraverso un citofono.

È incredibile, forse non è Matteo, si sono sbagliati, è un incubo.

Arrivano molti amici, quelli di cui mi parlava, quelli di cui mi diceva “mamma, non sai che amici meravigliosi ho”, non li conosco, non tutti e molti di vista, li ho visti in casa “distrattamente”.

Sono increduli, affettuosi e gentili con me e il padre, sono qui, sentono che devono stare qui, per aiutarlo, per sostenerlo, perché lui c’era sempre, in qualsiasi momento e per ognuno di loro che avesse bisogno.

Non si rendono conto, è una cosa più grande di loro, per alcuni il primo contatto vero con la tragedia.

Sono silenziosi, stanno l’uno addosso all’altro e ogni tanto vanno in fondo al corridoio, davanti a quella piccola finestra per controllare il loro amico.

È lì immobile, tutto coperto, qualche fessura lascia intravedere lo scempio.

Gli parlano, attaccano foto al vetro come se le potesse vedere, Matte siamo qui, non fare scherzi, resisti.

Uno di loro resterà a dormire con lui per quattro giorni…

Il fratello è a casa, non ti preoccupare, ha solo gravi ustioni alle mani… ma ci sono i giornali, mamma cosa dici? È grave, dimmelo, non me la sento di venire…

Verrà solo il terzo giorno con gli occhi così spaventati che non li potrò più dimenticare, Matteo, il suo unico fratello, quello più grande, la sua “bussola”…

Pietro Martinelli, quel signore responsabile di tutto questo, ancora non l’abbiamo visto, sapremo poi che, invece di precipitarsi da noi al Pronto Soccorso, fa altre cose, più utili per lui.

A Genova ci manda un telegramma “Impossibilitato a contattarvi, aspetto vostre notizie”

Lo teniamo in mano, increduli, con gli occhi lucidi e il cuore che scoppia.

I giorni sono confusi, speriamo con tutta la forza dell’amore che ha un genitore, vogliamo che viva, poi lo porteremo in giro per il mondo, nelle migliori cliniche, venderemo la casa e lo faremo tornare bello come era.

Speriamo… ma ogni volta che incontriamo il primario, usciamo a pezzi da quella stanza, è gentile ma ci dice che non ci sono speranze.

La notte prendo le infermiere di turno e mi faccio spiegare quali parti del corpo non sono danneggiate, se è possibile ancora una vita… mi dicono di sperare che non ce la faccia perché non sarebbe una vita ma un martirio.

Ma ancora non mi rendo conto, è successo tutto così in fretta, forse non è Matteo, voglio andare, voglio andare da lui, il mio posto è accanto a lui, in quella stanza che fa paura.

Mi accompagnano, mi vestono con camici sterili e mi sorreggono... ho le gambe strane, nelle vene... acqua, nella testa uno svenimento vigile.

Arrivo vicino al mio amore, lo voglio vedere, togliete il lenzuolo, aspetti signora, lo facciamo noi, ma non lo fanno, solo alcune parti, le gambe, dov’è il suo tatuaggio, quello che gli ha fatto Manù, non lo trovo... le mani, sono piccolissime, raccolte in due bende, il suo naso, i suoi splendidi capelli…

Perché non si è investito? Ora fanno miracoli, “è grave, gravissimo”, poi alla fine ce la fa, ma il fuoco…. il fuoco non perdona, distrugge in pochi istanti, senza pietà ha distrutto quel corpo giovane e perfetto.

Le persone aumentano, è un via vai, Viareggio è sconvolta, una città piange, vengono tutti, per aiutarci, per portarci amore e sostegno.

Matteo resiste… 9 novembre… 10 novembre… 11 novembre… è forte, il suo cuore è grande e forte, vuole vivere, ha un amore, ha un fratello, ha tanti amici, ha una famiglia, ha mille progetti…

Chissà se ci sente, chissà dov’è, chissà se ha bisogno di noi lì accanto a lui e non divisi da un vetro… è disumano che non lo possiamo toccare e coccolare e parlarci e amarlo per tutte le volte che non lo abbiamo fatto nella vita di prima.

Si fa sera, il suo respiro è sempre più faticoso, sono fuori di me, voglio andare dentro, portatemi dentro, fatemi indossare quei vestiti... arrivo... amore…

Perché una madre non può offrire la propria vita al suo ragazzo?

dove stai andando? Non te ne andare, non aver paura, il nonno ti verrà a prendere, sono qui, amore mio… sono qui con te… ma tu dove sei? Stai andando in luoghi a me sconosciuti… aspetta... non te ne andare… sei nostro figlio, non è possibile… non si vive senza un figlio, vado io amore, tocca a me…

Mio figlio ha smesso di lottare, è lì… freddo, nudo, nero.

Lo abbraccio e piango.

È il mattino del 12 novembre 2004, a Genova si è alzato un vento incredibile, gli angeli stanno portando via la sua anima, in luoghi a me sconosciuti…

Ho 49 anni, la vita è finita.



A casa


Fermate il mondo!

Il mio ragazzo se n’è andato, non s’è ammalato, era sano e forte, me l’hanno ucciso, non l’hanno protetto, quando un ragazzo inizia a lavorare non appartiene più solamente alla famiglia, ma al mondo del lavoro che lo deve proteggere, noi ci fidiamo o perlomeno pensavamo di poterci fidare…

Dove sono i colpevoli? Devono pagare... la giustizia... come funziona? Ora cosa succede? Siamo qui a casa inebetiti, con una folla di amici che non ci abbandona neanche un attimo, lo cerchiamo in tutti gli angoli della casa, della sua casa, nel suo posto sul divano, nella sua camera, vicino al suo stereo... il suo amico del cuore scrive nel libro… “Dove sei?? Non ti vedo...” Matteo è qui, a casa sua, c’è ancora, gli amici si chiamano al cellulare, dove sei? “A casa di Matte”, c’è la sua vita, il fratello, le sue cose, il suo cane, lo spazzolino, le sue maglie sporche nel portabiancheria, le prendo le annuso, ci dormo, c’è il suo odore, l’unica cosa viva che mi rimane.

Pietro Martinelli non ci ha ancora chiesto scusa.

Ma pagherà, sarà un uomo rovinato, la sua azienda chiuderà, ci sarà un processo, lo condanneranno con il massimo della pena, lo linceranno gli amici di Matteo, perderà ogni carica pubblica… il mondo si fermerà, piangerà quel ragazzo, sapremo cosa è successo quella mattina.

Nella testa, scolpite, le parole del primario della clinica.

“Ho visto pochi corpi ridotti come quello di suo figlio… lei deve lottare per avere giustizia”.



La lunga attesa


Passano i giorni, le settimane, ora andiamo in un posto strano a trovare il nostro primogenito… si chiama cimitero… ancora non ci rendiamo conto.

Chiamo gli avvocati… che succede? Si sa niente? La giustizia? Cosa sta facendo?

Incontro i sindacati, vado dal direttore della ASL… un muro di gomma.

Chiedo a chiunque…

Niente, ancora non si sa niente… il silenzio, l’attesa, la solitudine, un dolore fisico al basso ventre, da dove è nato, da dove ci ha portato tanta gioia, un senso di vuoto, voglia di morire.

Passano i mesi, andiamo ad elemosinare notizie da chiunque… non sappiamo ancora quello che è successo quella mattina.

Una notizia…

La ASL ha dato la terza proroga, tutte quelle che la legge consente…

Come è possibile? dopo quello che fatto, non ha furia di metter i suoi locali a norma?? Perché così tanti mesi?

Fateci capire, non conosciamo questa legge, omicidio colposo, cosa vuol dire? Che non è colpevole sino a che non siano addotte prove della sua colpevolezza... e poi? Una volta accertate, le pene sono da 1 a 5 anni di reclusione, il mio avvocato dice che cinque anni non li danno neanche ai titolari che hanno commesso stragi… e poi… esiste il patteggiamento, se lo chiede, il Pubblico Ministero può decidere di accogliere la domanda “a sua discrezione”!!

E noi, la famiglia? Non siamo interpellati, non contiamo niente, nessuno ci chiama, nessuno ci fa sapere qualcosa, siamo dimenticati, abbiamo perso un figlio, non è tornato a casa senza una mano…

non c’è più.


Pietro Martinelli ancora non ci ha chiesto scusa.


Ha rubato la vita di un ragazzo, ha rubato le nostre vite, ci ha negato per sempre una vita normale, fatta di semplici cose… ci ha spinti con violenza in un tunnel dal quale non usciremo mai più…

E la ASL gli dà tre opportunità per mettersi a norma e lui non lo farà!


Seguono lunghi mesi di silenzio di attesa e di dolore

Siamo soli, non possiamo più apparecchiare, per tre, non è possibile... ogni tanto sentiamo aprire il cancello del giardino… è lui, è lui che torna.

Abbandonati, dimenticati, non è possibile, abbiamo bisogno di aiuto… da soli non ce la facciamo, aiutateci…



Chi è Pietro Martinelli


Cerchiamo disperatamente di avere notizie di quella persona che ancora non conosciamo e che ci ha rubato un figlio.

Ho il terrore di incontrarlo per strada e di non riconoscerlo.

Pietro Martinelli è dottore in chimica.

Sapremo inoltre che è:


•Presidente della Confartigianato di Lucca

•Nel consiglio d’amministrazione di due banche:

Banca del Monte di Lucca e Cassa di Risparmio di Lucca/Pisa/Livorno.

Due banche che vantano fini sociali e umanitari!

•È anche presidente della SOGESA, una società di servizi della Confartigianato che si occupa della sicurezza delle aziende della provincia di Lucca. Non c’è male.

Sapremo anche che quel mattino, non si ferma al lavoro con mio figlio, come mi ha dichiarato al telefono, ma lo lascia solo, con l’altro operaio, Puglisi Saverio, che ci diranno poi, non ha avuto nessun addestramento in caso di incendio, non ha mai usato un estintore ed ha fatto una prova pratica con l’idrante solo 6/7 anni prima, come lui stesso dichiarerà durante il suo interrogatorio.

Prima di uscire, il Martinelli dà incarico a Matteo di svolgere le lavorazioni più pericolose (quelle relative alla miscela di cera a caldo con solventi) e all’altro operaio, quelle più semplici (miscela di cera con acqua).

Poi se ne va a Lucca a fare altro.



La fabbrica assassina


Cerchiamo notizie sull’azienda dove Matteo è finito a lavorare.

La Mobiliol è una fabbrica di cere, lucidi per mobili e metalli, e molti altri prodotti per la casa, situata in pieno centro abitato, nella trafficatissima via Aurelia a Viareggio.

Nessuno la conosce, sembra una fabbrica fantasma, eppure svolge la sua silenziosa attività da circa 80 anni.

La nostra prima conoscenza di quel luogo avviene attraverso le parole scritte dal consulente tecnico, nella sua relazione presentata in Tribunale:


Il livello ‘industriale’, e di conseguenza il livello impiantistico dei locali e delle attrezzature utilizzate, è da considerarsi modestissimo.

Questo fatto non attenua, però, i notevoli rischi connessi all’impiego di prodotti chimici utilizzati, che per la maggior parte sono stati da alcuni anni inseriti (dalle Direttive Comunitarie e dalla Normativa Nazionale di Recepimento), nell’elenco dei prodotti chimici pericolosi per alcune loro proprietà quali: infiammabili, nocivi, irritanti, sensibilizzanti.

La produzione della cera liquida “Fata legno”, alla quale era addetto Matteo Valenti, non è altro che nafta da petrolio pesante con basso punto di ebollizione (quindi, con tutte le sue proprietà pericolose nei confronti del potenziale sviluppo di incendi).

Durante la sua preparazione si possono facilmente verificare quelle condizioni di pericolosità per gli addetti alla produzione che, oltre allo sviluppo di incendi, possono derivare dalla natura chimica dei componenti, e cioè dalla loro alta volatilità, nocività, tossicità ed esplosività che, come nel caso di Matteo, possono arrivare ad una soluzione letale.

La presenza all’interno del “laboratorio di produzione”, (oltreché nel magazzino solventi), di almeno quattro di questi componenti inseriti non solo nell’elenco europeo, ma anche in quelli internazionali, come sostanze pericolose, (anche se si volessero trascurare le altre materie prime presenti nelle stesse due tipologie di locali: petrolio per gli antitarlo, solventi e princìpi attivi per gli insetticidi, ecc.), fa immediatamente capire la necessità di un alto livello di sicurezza dei locali e delle attrezzature, oltreché del sistema di prevenzione e di gestione della sicurezza, che avrebbe dovuto essere presente nei luoghi di lavoro della suddetta azienda.

Il che era ben lontano da tale livello!

Peraltro appare veramente sorprendente, ma forse sarebbe più corretto dire “ingiustificabile” e, di conseguenza, inaccettabile, che un laureato in Chimica quale risulta essere il Martinelli, con un’esperienza almeno ultraventennale nella stessa azienda, abbia potuto “valutare” e, di conseguenza, certificare che all’interno della fabbrica MOBILIOL “…il rischio derivante dalla presenza di agenti chimici è da considerare MODERATO…”



Matteo ha cominciato a lavorare in questo posto senza ricevere un’adeguata formazione antincendio, così come prevede la legge per tutti i lavoratori che utilizzano sostanze infiammabili, senza sapere a quali pericoli poteva andare incontro, senza aver mai partecipato ad esercitazioni che gli spiegassero come comportarsi in caso di emergenza, dove trovare e come usare i sistemi antincendio.


Noi lavoriamo in altri settori.

Non sapevamo in che condizioni è finito il mondo del lavoro.

Non sapevamo che un giovane che inizia a lavorare, entra in una giungla piena di pericoli, dove nessuno lo protegge e lo forma.



Cerchiamo di ricostruire quello che è successo...


Matteo cambia lavoro


Il 10 ottobre 2004 Matteo inizia a lavorare in questa azienda.

Con l’innocenza e l’ingenuità della sua età firma il contratto di assunzione e altri documenti, forse li legge distrattamente, è normale... è solo un ragazzo, ancora non appartiene al mondo del lavoro, è appena uscito dalla scuola, ha avuto qualche breve esperienza in un panificio e in una mesticheria, niente a che vedere con questo nuovo lavoro, a contatto con sostanze chimiche, di cui sicuramente ignora la pericolosità.

Del resto è solo un “apprendista” e quindi dovrà essere seguito da una persona esperta, un tutor (così come previsto dalla legge sull’apprendistato) che lo seguirà passo passo, gli insegnerà un lavoro per lui così nuovo, lo accompagnerà nei primi tempi, gli dirà quello che deve e non deve fare, lo metterà in guardia dai pericoli, correggerà i suoi errori, ma soprattutto, finché non sarà esperto dei pericoli e in grado di camminare autonomamente, non lo lascerà mai solo… mai solo...

Dalle relazioni e dalle perizie, cerchiamo di capire cosa stesse facendo quella mattina, di ricostruire il processo lavorativo di quell’azienda.

Si tratta di sciogliere della cera in una pentola posizionata su una caldaia molto rudimentale con alla base delle serpentine.

Quando la cera è bollente, si versa il contenuto, che è molto pesante (circa 19 kg.), in un miscelatore posizionato ad un metro e mezzo di altezza, rispetto al normale piano dove si trova la caldaia, e questo rende l’operazione molto più difficile.

Poi vi si aggiungono, dopo averli pesati, i vari solventi… ragia minerale, trementina ecc.

Matteo è stato assunto come addetto alla miscela componenti.

Ma quella mattina stava trasportando questo ‘pentolone’ pieno di cera bollente e aveva gli abiti inzuppati di un solvente, come è stato ricostruito dalle tracce di uno sversamento (c’era della segatura per terra), avvenuto poco prima dell’incidente, quel giorno.

Mentre cerca di rovesciarlo nel miscelatore, probabilmente si è bruciato, ha lasciato andare la pentola, la cera si è rovesciata e forse anche qualche solvente non ancora inserito nel miscelatore, qualcosa ha provocato l’innesco…

Il resto si può immaginare… abiti pieni di solvente, nessun indumento antinfortunistico, della iuta per non bruciarsi le mani, nessun sistema antincendio, nessun allarme, nessun erogatore d’acqua funzionante, nessuno che sapesse cosa fare!



Quella mattina


8 Novembre 2004

Ore 9,00: un boato, lo scoppio.

Matteo urla la sua disperazione a chi non c’è, a chi lo ha lasciato solo.

Una casa trasformata in fabbrica, senza vie d’uscita, il boato di un’esplosione, il fumo che esce insieme alle grida di un giovane di 23 anni il cui corpo sta bruciando.

Un disastro che provoca la sua morte, distrugge la sua famiglia e cambia per sempre le nostre vite.

Martinelli, proprietario e responsabile, non è presente, l’altro dipendente della ditta non si capisce dov’è, la segretaria al telefono nel suo ufficio, nessuno dall’esterno lo può aiutare, chi ha l’attività nella strada lì davanti ci tenta con tutte le forze ma le porte sono chiuse, non si capisce dove entrare… la Mobiliol diventa una roccaforte inespugnabile.

Il panico.

Una cisterna della SEA che si trova nelle vicinanze tenta di buttare acqua all’interno, ma le finestre sono troppo alte….

Alle ore 9,20 intervengono i Vigili del Fuoco ed in seguito Polizia ed Asl...

per Matteo è troppo tardi…

Cesserà di vivere per le gravissime ustioni riportate sul 90 % del corpo, il 12 novembre, al Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale Sampierdarena di Genova.


A solo poche ore di distanza dall’incidente mortale, Martinelli ha il coraggio dichiarare ad un giornalista che gli chiedeva se non era necessario un periodo di preparazione per un ragazzo assunto da un mese:

No perché questa è una ditta artigianale e le mansioni si imparano vedendole fare agli altri. Le macchine da utilizzare del resto sono semplici e sicure.


Alle ore 13,15 c’è il sequestro del locale e la nomina, incredibile, del titolare, come custode giudiziale dell’area sequestrata, sì, proprio lui, l’unica persona che poteva avere interesse a manomettere qualcosa sul luogo dell’incidente.

Al di là dell’opportunità della scelta del Martinelli come custode, il fatto è che così egli ha avuto modo di mettere le mani su un oggetto carico di significato affettivo per la sua famiglia: il cellulare di Matteo.

Per mesi i suoi genitori hanno continuato a mandare SMS al loro figlio, come se ancora li potesse leggere… e appena sono tornati da Genova, hanno incaricato un’amica di famiglia, di chiedere la restituzione di qualsiasi effetto personale del figlio… ma soprattutto il cellulare.

Ebbene quel “signore” ha negato di averlo ritrovato, sottraendolo illecitamente alla sua famiglia e alla legge.

Nella memoria difensiva presentata dal Martinelli nella causa civile, si sostiene che il cellulare è stato trovato due anni dopo.

Circostanza strana dato che la zona dell’incendio è stata perlustrata e setacciata da molte autorità preposte, nel tentativo di trovare qualsiasi cosa che potesse aiutare la ricostruzione dei fatti.

Quindi non solo l’azienda ne era in possesso, ma dichiara che intenderà usarlo per scopi processuali non chiariti.


Immediatamente dopo l’incidente, la sua famiglia viene circondata da amici.

Siamo rimasti lì, giorno e notte, muti, senza poterci guardare negli occhi, perché per noi la morte era una cosa ancora troppo difficile da comprendere e come poteva un ragazzo come Matteo morire? (...) abbiamo cominciato a parlare tra noi, a raccontarci le esperienze più belle passate con Matteo, per cercare di ridere, per far sembrare tutto ciò che stava accadendo soltanto un brutto sogno”.

Sono gli amici di Matteo che scrivono, rendendo così pubblico il loro sgomento.

Tanti ragazzi, tanti adulti, amici che per mesi hanno continuato ad affollare la casa dei genitori, per portare loro un po’ di Matteo... per evitare che si perdessero e si sentissero soli nel dolore.

Quando un figlio muore, niente può essere più come prima, la rabbia e il dolore invadono costantemente la vita e di tutto questo gli amici sono diventati consapevoli e partecipi.




Nasce un Comitato


Martedì, 20 dicembre 2005, ad un anno dalla scomparsa di Matteo, in un’affollata assemblea pubblica, nasce il Comitato che porta il suo nome: Matteo Valenti.

L’intento iniziale è quello di:


•Rendere pubblico lo sdegno per non dimenticare.

•Sostenere la vicenda processuale.

•Combattere e far conoscere la legge che regola, inadeguatamente, questi omicidi.

•Promuovere iniziative a favore della prevenzione, per la sicurezza e la salute nel mondo del lavoro e nelle scuole.


Già in quel contesto c’era il segno di ciò che poi sarebbe stato il Comitato: una grande mobilitazione di coscienze che, sin dai primi momenti, Matteo ha risvegliato in migliaia di animi.

Un gruppo di persone sbigottite che hanno bisogno di capire, di dare un senso a quello che è successo ma anche testimoni di rabbia e sgomento che con il passare del tempo si sono trasformati in forza e denuncia.

Il Comitato in poco tempo raccoglie 3.500 firme.

Sono firme d’adesione, sono firme di persone di Viareggio stupite dal fatto che “dopo non succede niente”, sono firme d’assunzione d’impegno da parte del Comitato stesso.


•Chi deve controllare, controlli

•Chi deve reprimere, reprima

•Chi deve tutelare, tuteli

•Chi deve investire in sicurezza, lo faccia o sia obbligato a farlo


Questo si scrive su uno dei primi volantini distribuiti, perché altrimenti - si afferma - “meglio non far finta di piangere”.



Sull’omicidio colposo (Art. 589 del Codice Penale)


Cerchiamo di capire come funziona la legge.

Gli incidenti mortali sul lavoro sono regolati da un Codice Penale del 1930.

Le pene previste sono irrisorie ma, soprattutto, vengono applicate quasi sempre con attenzione ai “minimi” invece che ai “massimi” edittali.

Inoltre, queste pene già tenui, possono diventare quasi insignificanti ove si proponga e sia accettato il cosiddetto patteggiamento, che legittima lo sconto fino ad un terzo della pena.

E questo senza tener conto dell’entità del danno provocato.

L’art. 589 del Codice Penale prevede che, nonostante vengano accertate moltissime trasgressioni sulle norme che regolano la sicurezza, il datore di lavoro possa chiedere il patteggiamento della pena (art. 444 c.p.p.), cioè, implicitamente, si dichiara colpevole ma chiede in cambio di non arrivare al processo o al dibattimento.

Questa opportunità che gli viene concessa, impedisce di arrivare ad un accertamento pieno che consenta di ricostruire tutte le responsabilità di un tragico evento.

La famiglia non si può pronunciare su questa decisione, la subisce e non può fare ricorso.

Quindi il responsabile se la cava pagando le sanzioni amministrative per le violazioni delle norme antinfortunistica e tutto finisce qui, con una condanna che può essere di 8, 12, 15 mesi ma che con la sospensione della pena e il condono praticamente si risolve nel “nulla”.

In sede di causa civile, invece, se le due parti non trovano un’accordo sul risarcimento, si va ad un processo che può durare molti anni.

Alla fine, il responsabile, se condannato e quindi in obbligo a versare la cifra stabilita dal giudice alla famiglia, può ricorrere in appello (lui sì) e da quel momento passano ancora altri anni.

Secondo voi è una legge che sta dalla parte delle famiglie offese o dalla parte di che ha commesso il crimine?

La beffa.

Per accertare le responsabilità di Martinelli ed ottenere un risarcimento, inizia sia una causa civile ordinaria che una causa di lavoro.

Nel nostro caso, non è stato possibile unire le due cause, il presidente del tribunale non ha accettato perché la legge non lo prevede, così i testimoni verranno ascoltati prima dal giudice del lavoro e poi da quello della causa civile.

Incredibile!

Da una parte, la giustizia penale “premia” con sconti chi sceglie riti abbreviati anche se è indagato per un evento che si è concluso con la morte di un ragazzo... dall’altra, la giustizia civile ripercorre i tempi biblici, così le famiglie devono attendere anni per essere risarcite!

Ed è bene sapere, perché lo abbiamo imparato a nostre spese, che i responsabili di questi omicidi sfruttano tutto il tempo che la legge consente loro, perché sperano sempre che con il passare degli anni, si attenui l’attenzione, si calmi l’emozione, si arrivi alla prescrizione. Sono abilissimi in questo!

I familiari non hanno nessuna corsia preferenziale davanti alla legge. E questa è una grande offesa.



Le nostre indagini


Costretti per sapere, per capire, per conoscere, sprofondiamo nella lettura di fascicoli e sempre più ci convinciamo che senza dubbio Martinelli è il principale responsabile di quanto è successo, ma non sembra l’unico.

Riteniamo che responsabilità le possano avere anche:

• i Vigili del Fuoco;

• i tecnici che hanno depositato le perizie;

• l’Asl, che pur avendo l’obbligo di occuparsi anche della prevenzione, dichiara candidamente alla madre, nella persona del suo direttore, che ignorava l’esistenza di quell’ azienda (che ha più le caratteristiche di azienda chimica che artigianale!).

Insomma tutte quelle autorità che avevano il compito di controllare e verificare non l’hanno fatto.


La Mobiliol è una fabbrica che avrebbe dovuto essere soggetta al controllo obbligatorio per la prevenzione incendi.

La prima visita dei vigili del fuoco per il rilascio del certificato avviene nel 1952.

Già allora i locali vengono considerati non idonei a causa delle sostanze usate, delle apparecchiature pericolose e perché non esistono mezzi di estinzione incendi.

La ditta chiede varie proroghe.

Nel 1954 ottiene il certificato con tutta una serie di prescrizioni da mettere in atto per rendere a norma i locali e con l’obbligo per il titolare di non variare alcuna condizione nell’esercizio.

Seguono vari rinnovi annuali.

Nel 1986 i Vigili del fuoco fanno una nuova visita, rilevano varie mancanze e ordinano una nuova serie di prescrizioni tra cui l’obbligo di installare porte antincendio (porte rei 120) facilmente apribili dall’interno verso l’esterno e la realizzazione di un idoneo impianto di rilevazione incendi.

Nel 1994 c’è un nuovo sopralluogo dei Vigili del fuoco per rilasciare il certificato.

Ma anche in quella data avranno modo di constatare che la zona di lavorazione non è ancora provvista di tali porte e quindi ne prescrivono nuovamente l’installazione.

Questa nuova prescrizione non è mai stata del tutto realizzata.

Infatti il locale dove è avvenuto l’infortunio di Matteo è dotato di due porte tagliafuoco:


•una immette in un piccolo disimpegno che conduce al magazzino dei prodotti finiti, ma l’apertura di questa porta è dall’esterno verso l’interno, quindi si apre nel verso contrario alla fuga!

•la seconda porta ha il verso di apertura concorde con il percorso d’esodo, ma immette nel magazzino che non solo non è un luogo sicuro, ma è collegato al cortile da una porta metallica che scorre lungo il muro perimetrale e che, in caso di incendio, si deforma e si blocca.


In questo caso i Vigili del fuoco hanno rilasciato il certificato prevenzione incendi, fidandosi evidentemente della relazione allegata alla richiesta e redatta dal perito della ditta, ma senza verificare, con un nuovo sopralluogo, se le prescrizioni ordinate precedentemente erano state realizzate.

All’originario certificato seguono vari rinnovi, rilasciati unicamente su dichiarazione del titolare dell’attività (autocertificazioni) attestanti che “la situazione non è mutata” e a cui comunque vengono allegate perizie giurate in tribunale, firmate da tecnici abilitati, attestanti l’efficienza dei dispositivi, dei sistemi, e degli impianti finalizzati alla protezione antincendio.

Questi professionisti hanno attestato di aver effettuato sopralluoghi nell’azienda per verificare la funzionalità e l’efficienza dei sistemi antincendio: ma hanno controllato se il titolare, una volta l’anno, controllava la funzionalità dell’idrante così da consentirne l’intervento in tutte le aree interne?

Le sistemazioni interne del locale dove è avvenuto l’infortunio e dove i due operai dovevano lavorare, non erano tali da permettere la fuga in caso di emergenza: abbiamo visto con sgomento le foto e i filmati della Scientifica.

Attrezzature ingombranti da ogni parte, lunghi banchi da lavoro, barattoli e contenitori per terra, caldaie, raffreddatori, insomma un ambiente caotico e fatiscente, senza percorsi evidenziati, da mantenere sempre liberi e sgombri in caso di emergenza.

Questi periti nei loro sopralluoghi o non hanno controllato le condizioni in cui si trovava il laboratorio, o hanno certificato il falso.

Un luogo di lavoro pericoloso dove si riscontra, tra l’altro, una assoluta mancanza di evacuatori di fumo collegati all’impianto di rilevazione incendi.

Al loro posto ci sono due piccole ventole a vetro… ridicole.




Autocertificazioni


“L’obiettivo della sicurezza e tutela della salute dei lavoratori della “Mobiliol” era affidato alle “autocertificazioni” cartacee!”


Abbiamo capito che l’autocertificazione ha messo il titolare della ditta nella condizione di poter dichiarare il falso, perché favorisce controlli sommari e formali.



Il grido di denuncia e l’attività del Comitato


L’agonia della famiglia non termina con la morte del figlio.

A cinque mesi di distanza, è la madre che è costretta, attraverso la stampa, a chiedere notizie sulle indagini.

I tempi della Giustizia, delle Istituzioni, iniziano ad allontanarsi da quelli che sono i tempi del rispetto e del diritto: il diritto di sapere cosa è successo quella mattina, il diritto di non morire di lavoro, il rispetto per una famiglia annientata.

Ad un anno dalla morte di Matteo, la città non vuole dimenticare e così i familiari, gli amici, gli operai si ritrovano.

Hanno un desiderio: che la morte di Matteo non diventi una morte inutile.

I giovani amici, attraverso il Comitato, danno espressione al desiderio che nessun altro soffra quello che loro hanno sofferto, perché, scrivono:

La sicurezza nei luoghi di lavoro deve essere un valore imprescindibile di una società che vuole definirsi civile ed evoluta, perché la vita è unica, un bene prezioso e non una merce di scambio su cui poter risparmiare”.

Nel Comitato non ci sono solo le amiche e gli amici di Matteo e dei suoi genitori, nel Comitato ci sono cittadini, lavoratori, donne e rappresentanti delle istituzioni.

Nel Comitato ci sono coraggiosamente la mamma e il papà di Matteo.

Ciò che oggi siamo, è il risultato di questa profonda comunione di pensieri e d’emozioni, di persone che vogliono avere delle risposte.

Un Comitato che sin da subito si trova ad esprimere il proprio agire con occhi attenti e vigili su tutto quello che intorno accade e non accade, diventando così realtà scomoda con cui fare i conti, scomoda ma propositiva.

Per uscire dalle solite chiacchiere bisogna avere il coraggio di vedere la realtà e non far finta di scorgerla”, ricorda il papà di Matteo.

Con il Comune di Viareggio, si avvia un costruttivo lavoro d’informazione nelle scuole per sensibilizzare i giovani sulla sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro; si dà il via ad indagini conoscitive sui vissuti dei giovani lavoratori circa il tema della sicurezza attraverso un questionario.

S’inaugura, con una folta partecipazione, una Sala del Comune di Viareggio:

Sala Matteo Valenti, vittima a 23 anni di un incidente sul lavoro.

Diventa la sede per le riunioni del Comitato.

Intanto, le morti sul lavoro non diminuiscono.


Ci troviamo dolorosamente costretti ad aggiungere al nome di Matteo, quello di:


•Ilir Prenga “Elio” di 30 anni, operaio di una ditta di costruzioni, precipitato nel vuoto con un volo di 10 metri. È morto dopo due giorni d’agonia.

•Joubert Thomson 23 anni, caduto da un ponteggio nei cantieri navali di Viareggio.


Sono giovanissimi lavoratori che ancora la cittadinanza è costretta a piangere.

Matteo è un simbolo, quello dei morti sul lavoro, da sempre pensati come numeri di fascicolo o di statistiche, per noi, invece, ragazzi, uomini, donne, persone.

I genitori di Matteo sono chiamati in diverse trasmissioni, la rabbia della madre prende sempre più l’espressione di un grido di denuncia.

Denuncia contro reticenze, contro la tendenza spesso a non esporsi da parte delle istituzioni e dei suoi uomini, denuncia contro l’esser abbandonati, denuncia perché ogni morte non sia uno spiacevole incidente, un caso fortuito o come sempre dicono, una “fatalità”.

Denuncia contro una legge che permette al responsabile di continuare la vita di prima e ricoprire cariche pubbliche.

Denuncia contro una legge dietro alla quale tanti si celano per non agire, contro una legge che ammonisce, ma non punisce.

Il 9 giugno 2006, dopo 19 mesi dal tragico incidente il Comitato invita la cittadinanza a portare un fiore davanti alla Mobiliol perché nel giorno del compleanno di Matteo, in quel luogo, dove si è interrotta la sua vita, ci sia la presenza di tutti i suoi affetti più cari.

Nel testo del volantino si scrive che siamo ancora in attesa che i giudici accertino che cosa sia veramente accaduto.

Un silenzio che addolora e offende.


Il 15 giugno 2006, il Comitato organizza un presidio di fronte al Tribunale di Lucca, per sollecitare la data dell’udienza preliminare.


Il 23 settembre 2006, il Comitato invita alla mobilitazione e alla vigilanza affinché si tenga un regolare processo.

È la data della prima udienza preliminare al Tribunale penale di Lucca: si dovrà decidere il rinvio a giudizio o il non luogo a procedere.

In molti hanno portato la loro testimonianza, uomini e donne del mondo del lavoro, studentesse e studenti, rappresentanti delle Istituzioni, cittadini sensibili alla vicenda di Matteo.




18 ottobre 2006, la sentenza


Mercoledì 18 ottobre 2006, con una condanna a 20 mesi, si conclude il processo penale.

Il giudice accetta il patteggiamento chiesto dall’imputato che, attraverso i propri legali propone una pena di 30 mesi affinché non si svolga il processo ordinario e possa usufruire dello “sconto” fino a un terzo della pena.

Il “fino a un terzo” è diventato un terzo secco e 30 mesi sono così ridotti a 20, ma la pena viene annullata dagli effetti del condono e/o della condizionale.

L’impunità contro la vita di Matteo!

Quando la vita non vale niente e chi ti uccide rimane impunito e comanda non puoi che lanciare un urlo lungo, assordante e poi chiuderti nel silenzio per non permettere a nessuno di entrare dentro il tuo dolore.

Non sappiamo quale può essere una ‘giustizia giusta’ per la perdita di un amico, scrivono gli amici di Matteo in una lettera-denuncia, per noi, come per tante persone che non hanno mai smesso di mantenere viva l’attenzione su questa terribile morte, la giustizia sarebbe stata dar corso ad un processo, perché è l’unico modo, da parte di chi amministra la legge, di affermare che la responsabilità di una morte sul lavoro è un grave reato prendendo così una posizione chiara nel contrastare attivamente quel senso d’impunità che è alla base delle morti sul lavoro.

Ancora una volta invece, nonostante la nascita e l’attività di un Comitato, le forme, i tempi e la sostanza con cui la giustizia si è mossa, sono risultati essere distanti dal comune sentire di quello che dovrebbe essere uno Stato civile.




La Commissione Infortuni sul Lavoro del Senato


Le denunce della madre e del Comitato vengono accolte dal vicepresidente del Senato, Milziade Caprili, che li invita a Lucca dove, il 4 maggio 2007, insieme alle istituzioni e alle parti sociali, sono ascoltati dalla Commissione (Monocamerale di Inchiesta) del Senato sugli Infortuni sul Lavoro.

Il Comitato prepara un CD con i fascicoli, le relazioni, le sentenze della vicenda e lo invia al presidente di questa Commissione.

Inoltre, dopo la sentenza del Tribunale, invia una lettera al Sindaco di Viareggio, alla ASL n.12 e al Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco per chiedere che fine ha fatto la Mobiliol, dato che i familiari non sono mai stati informati sulle sorti dell’azienda!

In particolare avanza la richiesta di poter conoscere:

•se l’azienda continui a svolgere la propria attività lavorativa;

•quali siano le sostanze prodotte dopo la morte di Matteo;

•se quel tipo di organizzazione del lavoro che provocò la morte del giovane apprendista, sia stata modificata e in quale forma;

•se l’azienda svolge o abbia svolto alcuni processi lavorativi in altra località rispetto a dove avvenne l’incidente.

In seguito a questa lettera i genitori di Matteo andranno ad incontrare il Sindaco di Viareggio prima e il responsabile del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda USL n.12, poi.

Dietro queste sollecitazioni e quelle della Commissione del Senato, partono dei controlli e la conseguente parziale chiusura dell’attività, quella della lavorazione della cera a caldo.

Tutto questo è paradossale.

Se c’è un luogo di lavoro dove una persona ha perso la vita, noi crediamo che tutta la cittadinanza venga offesa da questa violazione!

È a tutta la cittadinanza che, secondo noi, si dovrebbe rendere conto del futuro lavorativo di questa azienda o fabbrica e non permettere che in modo indisturbato possa continuare a svolgere la propria attività, come se nulla fosse accaduto e magari nel continuo non rispetto delle regole.

Dobbiamo essere noi a sollecitare di continuo questi controlli?

Oltre tutto ricordiamo che la fabbrica in questione è in una zona altamente trafficata e abitata, una fabbrica chimica in mezzo ad un agglomerato urbano.


Costruire una rete nazionale


10 Novembre 2007.

Inoccasione del terzo anniversario della morte di Matteo, il Comitato promuove una serie di iniziative, tra le quali un’assemblea convocata nella sala di rappresentanza del Comune di Viareggio.

Questo appuntamento voleva essere un primo momento di incontro per verificare la possibilità di costruire una sorta di rete nazionale formata dai familiari delle vittime e dai lavoratori, un primo appuntamento per unire e coinvolgere i comitati già esistenti.

La sala è affollatissima. Moltissime le presenze.

Si sono rotti i tradizionali schemi d’invito e tutti hanno preso la parola spontaneamente portando il proprio contributo nel dibattito che si è protratto per quattro ore consecutive.

Continueremo a tessere questa rete di incontri attraverso la nostra mailing list e attraverso un coordinamento stabile tra i familiari e le varie realtà di Comitati, RSU, RLS, interessati a promuovere e garantire la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro .

Ogni giorno in Italia 4 persone vanno a lavorare e non tornano a casa.

Noi crediamo che “zero morti sul lavoro” debba essere l’obiettivo da raggiungere.

Ma come si può raggiungere questo obiettivo se la legge non punisce i responsabili?



8 novembre, giornata dedicata alla sicurezza


18 Marzo 2008.

Dopo un impegno notevole da parte nostra e la sensibilità da parte dell’assessora alla Cultura, Cristina Boncompagni, presidente della Conferenza Zonale per l’Istruzione, ilComitato è riuscito a far istituire l’8 Novembre come giornata da dedicare alla sicurezza e alla prevenzione in tutta la Versilia.

In tutte le scuole versiliesi, a partire dal prossimo anno, questa mattina sarà dedicata all’informazione dei giovani con varie iniziative da stabilirsi e il comitato sarà disponibile a portare il proprio contributo e a presiedere questi incontri.

Ora che si è insediato il nuovo governo ci impegneremo affinché sia istituita una giornata in ricordo delle vittime sul lavoro anche a livello nazionale.

Per noi Matteo rimane il simbolo di un impegno civile, di una messa in atto di tutte le azioni volte ad affermare maggiore sensibilità al valore della vita e alla sua qualità, perché i luoghi di lavoro siano legati allo sviluppo e alla crescita e non alla sofferenza e alla morte.

Per Matteo, giustizia e verità non ci sono state!

Ma in questi tre anni qualcosa sta cambiando, anche se con molta fatica.


L’impatto con la legge


La Mobiliol, non era una fabbrica, ma una bottega dell’800.

Marco Rovelli, nel suo libro “Lavorare uccide”, l’ha definita un “sabba delle streghe”, un luogo fuori dal tempo e da ogni logica, pieno di pericoli, con attrezzature medioevali forse fabbricate da suo nonno e che il Martinelli si è guardato bene dal sostituire!

Ma la Mobiliol, come la ThyssenKrupp, quindi la piccola e la grande azienda, fanno parte di una logica di mercato ove la produttività è l’unica cosa che conta.

Gli imprenditori si sentono protetti dalla certezza dell’impunità perché i controlli non vengono fatti (ci sono pochissimi ispettori in tutta Italia) e perché la legge prevede pene irrisorie a fronte di così gravi responsabilità, tutelandoli fino al punto di permettergli di aggirare il regolare processo.

Ad aggravare e ad appesantire la situazione, l’indulto del 2006 che comprende anche le condanne in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.

(Ma in carcere non c’era neanche un imprenditore a scontare una pena per infortuni mortali!)

Alle famiglie tocca il dolore, la solitudine.

La mamma e il padre che perdono un figlio, la donna e l’uomo che perdono il proprio partner, il figlio e la figlia che perdono il genitore, i ragazzi che perdono un fratello o una sorella, hanno un bisogno più che legittimo di ricostruire con precisione gli ultimi momenti di vita del proprio caro, è un diritto di verità, di giustizia, ma è anche un bisogno di riappropriazione di un qualcosa che è stato irrimediabilmente tolto, in poche ore, senza motivo.

Così l’agonia diventa interminabile.

Il senso di impotenza di fronte ad un meccanismo legale che esclude le parti offese, è una mancanza dello Stato sotto ogni profilo umano.

I genitori, il fratello, non sapranno mai, perlomeno dalle aule di un tribunale, cosa è successo quella mattina, non si sono potuti opporre al patteggiamento, non hanno neppure avuto la possibilità di presentare ricorso!

Gli operai muoiono e l’attività da subito continua, così è accaduto nella parte non colpita dall’incendio per la Mobiliol, così avrebbe voluto la direzione della ThyssenKrupp e questo è veramente intollerabile.

Oggi, che la catena di morti fa alzare i toni dello sdegno, si continua a parlare di “omicidio colposo”, ma, una volta accertate gravi responsabilità di negligenza, imprudenza, imperizia e di violazioni di leggi, i termini devono essere quelli dell’omicidio doloso.

Matteo è stato ucciso e questo per noi si chiama “omicidio doloso”.

Martinelli, dottore in chimica, con un uso spregiudicato delle autocertificazioni e con un totale dispregio delle regole, ha tolto il diritto di vivere ad un ragazzo di 23 anni.

Nel chiedere il patteggiamento della pena, ha implicitamente riconosciuto la sua colpevolezza, eppure non ha avuto il buon gusto di dimettersi dagli incarichi di rilievo che ricopriva, né ancor meno la sua Associazione, la Confartigianato, di cui era presidente, ha avuto l’esigenza di esonerarlo dall’incarico.

Anzi, nell’esprimere piena solidarietà al loro presidente, i vertici si chiederanno come mai in questo caso sia stata promossa un’attività simile quando negli altri casi di infortuni mortali occorsi nella provincia di Lucca, questo solitamente non accade.

Come dire, perché sollevare questo vespaio? In genere il giorno dopo non se ne parla più...

Tutto questo è stato possibile perché la legge non prevedeva neanche l’interdizione dalle pubbliche cariche!

Importante sottolineare che la nomina di Martinelli nel C.D.A. della Cassa di Risparmio di Lucca Pisa e Livorno, è avvenuta nel 2005, mentre era indagato per omicidio colposo!

Alcuni cittadini solidali con la famiglia, una volta appresa la notizia dai giornali, si sono rivolti alla banca in questione, in qualità di clienti, per chiedere chiarimenti e attivarsi di conseguenza per chiudere il conto.



Dove siamo finiti?


Perché l’esigenza di raccontare questa storia?

Perché la gente non sa che una volta “chiusi i riflettori del giorno della tragedia” non succede NIENTE.

La gente non sa che un familiare che è costretto a confrontarsi con questa legge, ne esce a pezzi.

Qualche mamma dice che la legge uccide il figlio per la seconda volta. Ora so che è vero.

Dov’è finita la solidarietà? Dov’è lo Stato? Esiste? Perché non è presente? Promette di affrontare il problema solo quando “torna alla ribalta” dopo un’ennesima tragedia e poi? Si dimentica. Non fa. Rimanda.

È difficile comunicare la disperazione di un familiare quando assiste a trasmissioni televisive dove si invitano uomini delle istituzioni, dei sindacati e del governo per affrontare questo tema e gli tocca ascoltare una quantità esorbitante di chiacchiere vuote e lontane dalla realtà.

Luoghi comuni e un parlare scontato, non si elabora mai un pensiero nuovo, dettato dalla sensibilità, vicino al nostro sentire .

Non sono mai credibili, non c’è voglia di risolvere quella che oramai è una vera e propria tragedia.

La sensazione è che vogliono salvare una persona che sta affogando afferrandola per un capello…

Possono ingannare tante persone ma non chi ha avuto un lutto così grave e ogni mattina fa fatica a continuare a vivere.

Dove siamo finiti?

Chi sono i colpevoli?

Di chi è la responsabilità morale, oltre che giuridica di questa tragedia?

Quale governo riuscirà finalmente a far rinascere una cultura d’impresa che sappia combinare un buon profitto con un’organizzazione del lavoro che non porti con sé, quasi fosse naturale, una scia infinita di lutti e sofferenze?

Di chi è la colpa? Cosa si può fare? Possibile che non si riesca mai ad andare oltre l’indignazione del momento e poi non succede niente e cresce, sempre più forte, da parte delle famiglie offese, la voglia, di cercare forme alternative di giustizia privata perché negli anni, le cose stanno peggiorando, indipendentemente dal colore dei nostri politici al governo.

Bisogna trovare il coraggio di indignarsi per come funziona la nostra giustizia e bisogna gridarlo.



La causa civile


Dopo 3 anni di attesa, dopo che Martinelli si è dichiarato colpevole ed ha scelto la forma del “patteggiamento” evidentemente per la paura di affrontare un processo, inizia la causa civile.

Si stenta a crederlo, ma nella difesa che i suoi avvocati hanno steso e ci hanno inviato, dichiarano che “non ci sono elementi idonei a fondare la responsabilità del datore di lavoro né sotto il profilo della formazione e della procedura adottata né per quanto attiene alla fase dell’evacuazione, salvataggio e gestione dell’emergenza”.

Sorpresa.

Il loro assistito non è colpevole di niente.

Abbiamo scoperto che in sede di causa civile si ricomincia da zero, della parte penale non se ne tiene conto.

(Ma come è possibile? Chiede e ottiene il patteggiamento della pena, ed ora in sede di causa civile, la legge gli permette di difendersi, dichiarandosi innocente sotto ogni profilo, ma che legge è?)

Dichiarano che l’azienda è un fiore all’occhiello tra le aziende di Viareggio, è sicura sotto ogni profilo e che l’incidente è avvenuto solo perché Matteo ha “disatteso” alle richieste impartite dal suo titolare alle 8 del mattino, prima di recarsi a Lucca.

Ha “disobbedito” facendo una lavorazione pericolosa da solo invece di chiamare l’altro (e unico) operaio anziano, Puglisi Saverio.

Eppure Puglisi Saverio, quando è stato interrogato, ha dichiarato che era insieme a Matteo.

Evidentemente questa versione non ha convinto le autorità competenti e quindi è stato accusato di falsa testimonianza.

Ha scelto il rito abbreviato perché questo consente al giudice di pronunciare la decisione in merito già al momento dell’Udienza Preliminare.

Così il 24 gennaio 2007 il giudice, probabilmente non comprendendo bene lo svolgimento dei fatti, come si deduce leggendo la sentenza, assolve il Puglisi per non aver commesso il fatto.

Questa è la giustizia, questa è la prassi legislativa e processuale che assicura impunità ai datori di lavoro, e si riferisce ad un Codice Penale, che, anche se ha subìto nel corso degli anni alcune modifiche, è pur sempre un Codice Penale del 1930!

Le famiglie non contano niente e le date per le udienze dei nostri cari scomparsi sono infilate nelle agende piene dei magistrati, in mezzo agli abusi edilizi o ai piccoli furti.

Inoltre scopro che il nostro stato di prostrazione deve essere “verificato” da un professionista che è tenuto a stendere una relazione dove dichiara che siamo addolorati, altrimenti il giudice non ha elementi validi per sapere se soffriamo “abbastanza da essere risarciti” (siamo già stati sottoposti a questo tipo di controllo un anno fa!).


Nel momento in cui stiamo scrivendo questa memoria, si sta svolgendo la causa civile.

Sono passati quasi 4 anni ed è stata la prima volta che qualcuno ci ha convocati, che qualcuno ci ha ascoltati, ma non sono riuscita ad entrare in quella stanza sapendo di incontrare il Martinelli, che ancora non conosco. Ho chiesto che lui non ci fosse.

Dato che il nostro dolore con gli anni aumenta e non diminuisce, i nostri legali ci hanno consigliato di tentare la via dell’accordo per evitare un lungo e doloroso processo dove saranno ascoltati i vari testimoni e si ripercorrerà la strada del nostro strazio.

Non ci crederete, ma il Martinelli non ha accettato, gli è sembrata una cifra troppo alta, in fin dei conti ci ha solo ucciso un figlio!

Quindi inizierà il processo civile, durerà anni perché non abbiamo nessuna corsia preferenziale e finito il processo, lui potrà ricorrere in appello e così via.

Per due genitori che hanno perso un figlio, il denaro non conta più niente, ma è importante che il responsabile versi alla famiglia una cifra importante, tanto quanto serve a metterlo in difficoltà e, se la giustizia funzionasse, lo dovrebbe aver già fatto, almeno quello! Invece siamo solo alle prime pagine dell’ennesimo capitolo vergognoso di questa storia assurda.

Bisogna indignarsi per come abbiamo perso di vista la qualità della vita e il suo significato.

Nello stesso tempo bisogna riflettere e capire perché.

E analizzare tutti i responsabili perché sono tanti.

Penso ai magistrati che accettano il patteggiamento anche di fronte a veri e propri assassini... penso a molti avvocati che non si battono più perché trionfi la giustizia e si occupano di queste cause con la stessa passione che mettono in una causa per abuso edilizio.

Forse una spinta innovatrice deve partire anche da loro.

Devono trovare il coraggio di indignarsi di fronte a situazioni di inciviltà come quella che mi è capitata, abbandonando quello stato di rassegnazione (o menefreghismo) nel quale paiono essersi acquietati.

Devono trovare il coraggio di andare contro questa legge, come ha fatto la Procura di Torino che ha chiuso l’indagine nei confronti del vertice della Thyssen Krupp, ipotizzando il reato di omicidio volontario e incendio con dolo eventuale, che significa che il reato viene commesso accettando il rischio consapevole di causare l’eventuale morte e viene punito con la reclusione non inferiore a 21 anni.

Sicuramente questo segna una svolta storica nelle vicende delle morti e della sicurezza sul lavoro. Anche se è arrivata dopo una strage!

L’accusa della Procura torinese fa salire il livello delle responsabilità in gioco.

Per la prima volta si ipotizza che la dirigenza di un’azienda era consapevole dei rischi che correvano i lavoratori in un luogo dove non si è voluto intervenire per risparmiare.

Ma ancora non sappiamo come andrà a finire!


La vita dei lavoratori vale meno di un bilancio aziendale.

È un’utopia agire per restituire al lavoro tutto il valore e tutta la dignità che merita e che la nostra stessa carta costituzionale proclama nel suo articolo fondante?

Tutti devono sapere che la legge attuale permette un patteggiamento (cioè l’impunità) di fronte a veri e propri omicidi.

E permette, dopo il patteggiamento (che è un’implicita dichiarazione di colpevolezza) di accogliere una memoria difensiva che cerca di infangare la memoria di Matteo, una memoria dove si dichiara che la colpa è solo sua e proprio per toccare il fondo, si ipotizza che “forse fumava o ha usato un accendino!!!”

Vergogna!!!

Puglisi, l’altro operaio, ha dichiarato, durante l’interrogatorio, che nessuno di loro fumava all’interno del laboratorio dove avveniva la produzione!

Matteo non è stato né informato, né formato.

O era solo, oppure non è stato affiancato, come si deve fare con un apprendista inesperto, da un tutor adeguato.

Si è rovesciato addosso sostanze infiammabili e nessuno lo ha esortato a cambiarsi.

Non indossava indumenti di protezione (le sue maglie erano sempre piene di schizzi di cera) e usava pezzi di iuta per sollevare il pentolone bollente.

Matteo non può essere colpevole perché un ragazzo assunto da pochi giorni in una azienda piena di pericoli va seguito di continuo e formato per mesi.



Cosa fare?


Le istituzioni sono ormai dei beni privati, di proprietà dei loro dirigenti e di chi li rappresenta ma completamente staccati dagli interessi dei cittadini.

Dobbiamo restituire moralità alla politica e alle istituzioni, fare in modo che invece di vederle muoversi solo per conservare il potere e i loro privilegi, si muovano per promuovere l’interesse del cittadino e dare risposte migliori.

Un dirigente, un sindacalista, un magistrato, un politico, devono sentire in primo luogo l’appartenenza allo Stato non all’organo cui appartengono.

Ci devono rappresentare e difendere…

Perché si riesca a cambiare e intraprendere un percorso che ci riporti all’uomo, unica strada possibile per un essere umano, e non al mercato o alla logica di potere, chiedo a tutti gli uomini delle istituzioni di coinvolgere le famiglie che hanno subito questo grave lutto: ascolterete cose inimmaginabili, vite stravolte che stentano ad andare avanti ma che vi possono portare il loro contributo, per cercare di risolvere il problema delle morti bianche.

Io non credo che, in questo momento storico, questo problema si possa risolvere solo con la prevenzione. Non basta.

In attesa che si avvii una vera cultura della prevenzione, di fronte ad un caso come quello di mio figlio, bisogna ricorrere a forme di carcerazione preventiva (come avviene del resto, per tante ipotesi di reato molto meno gravi di questa!) chiudere la fabbrica, mandare in carcere il responsabile fino a che non si dimostra il contrario, e colpirlo con l’interdizione da ogni carica pubblica, e non per tre mesi soltanto.

Questa è una giustizia che si rispetti.

Il rigore e la durezza, a volte eccessivi, che la nostra giustizia applica in alcuni casi, si perde completamente quando si affronta la difficile questione dei morti e degli infortuni sul lavoro.

Sembra che queste morti non siano tali, ma meri episodi di accidentalità, di sfortuna e di conseguenza la giustizia attuale, supportata da leggi vergognose, non si mette in moto e i magistrati adottano una specie di disarmo morale, di mancanza di umanità nel considerare che una giovane vita è stata stroncata dalla inadempienza delle più semplice regole che disciplinano il lavoro e la sua sicurezza.

Solo se sanno che si rischia il carcere e la chiusura dell’attività, i titolari e dirigenti d’azienda potranno decidersi a investire nella formazione e nella sicurezza.

Forse saranno loro stessi a sollecitare chi di dovere per capire se il loro posto di lavoro è a norma, forse smetteranno di scrivere autocertificazioni che non dichiarano il vero.

Non si può concepire che queste morti siano impunite.

È una vergogna e una mancanza totale di rispetto nei nostri confronti.

Il mondo del lavoro non può continuare ad interrompere i sogni dei nostri ragazzi e condannare noi, padri, madri, fratelli ad una vita che non abbiamo scelto dove ci sentiamo estranei, altro da quello che eravamo e completamente abbandonati.

La maggior parte di noi sembra ormai indifferente alla sofferenza altrui, prendiamo le distanze e la cosa più terribile è che ci muoviamo rinunciando a pensare e accettiamo automaticamente linguaggi e imposizioni dettate dagli altri.

Io non ho accettato questo compromesso e mi sono ribellata, ho gridato, insieme al Comitato di splendidi amici che si è costituito per sostenere la causa di Matteo e di tutti gli altri Matteo che ogni giorno muoiono nei posti di lavoro, perché non ci fosse il silenzio che sempre cala dopo pochi giorni dall’accaduto.

Dopo un “omicidio bianco”, tutti sperano che si dimentichi prima possibile, che non se ne parli, che i familiari si rassegnino e stiano zitti… a volte ci fanno persino sentire in colpa…


È per questo che è nato il progetto di scrivere questa “storia”.

Per farvi conoscere quello che succede dopo un incidente mortale sul lavoro.

Non succede niente.

Neanche quando c’è un Comitato forte e radicato, non succede niente!

Per questo bisogna continuare a gridarlo, fino a che qualcuno ascolti, fino a che qualcuno capisca e si cominci a cambiare tutto, dalla legge, alle coscienze, all’etica.

Ogni volta che si verifica un nuovo incidente sul lavoro, ci tocca ascoltare le solite frasi, all’infinito “Basta! Dobbiamo fare qualcosa!”.

Non vi lasciate confondere, sono solo parole, nessuno vuole fare niente, il mercato non si tocca.

Si muore perché il lavoro è ridotto a pura variabile d’impresa, il profitto e il culto del mercato sono considerati i principi cardine della società.

L’accettazione di questo modello economico-sociale vanifica di fatto qualsiasi intervento di riduzione del numero degli infortuni.

È il paradosso evidente che si manifesta in due degli ultimi provvedimenti: il nuovo Testo Unico su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e il Protocollo sul Welfare del 23 luglio 2007.

Con il primo si tenta una modifica del quadro normativo, attraverso l’inasprimento delle pene, una maggiore responsabilità delle imprese (anche rispetto all’uso di appalti) e il coinvolgimento del mondo dell’istruzione introducendo il tema della sicurezza sul lavoro come materia di studio nelle scuole.

Con il Protocollo del 23 luglio, si evidenzia il carattere puramente propagandistico di questi temi, attuando di fatto politiche che vanno nella direzione opposta, quella cioè delle deregolamentazione e della completa liberalizzazione del lavoro, cause prime degli incidenti.

Si afferma per esempio la necessità di potenziare l’apparato ispettivo ma si agisce per il suo smantellamento: il 29 maggio 2007 gli ispettori del lavoro hanno manifestato a Roma contro i tagli dei fondi (sono senza cellulare, senza rimborso spese, ecc.).

L’ipocrita commozione dei ministri di ogni governo di fronte ai morti sul lavoro è un’offesa per i familiari delle vittime.

E i signori del sindacato che fanno? Perché nelle loro interviste non si pronunciano mai sulla legge ma si limitano a “trafiletti di indignazione”?

Chi lavora, ormai per pochi euro, è solo un costo di produzione, non è più un essere umano.

Non si può investire in sicurezza, meglio risparmiare su questa voce e se ogni giorno muoiono quattro persone… pazienza.

Tanto la legge non punisce, l’azienda non chiude, il processo non ci sarà, non ci saranno pene né per i responsabili, né per le innumerevoli “connivenze”.

È possibile che quando si decide di presentare modifiche alla legge, il presidente di Confindustria si permette di porre il suo veto? Ma da chi è autorizzato? Dagli imprenditori che governano il mondo?

Perché allora non interpellano anche i familiari delle vittime?

Come mai noi siamo chiamati in TV solo per raccontare lo strazio e mai per raccontare cosa succede “dopo”, qual’è la strada impervia e terribile che ci aspetta dopo che abbiamo perso un nostro amore?

Spero che un domani prossimo, le famiglie trovino la forza di unirsi e diventino una presenza scomoda per gli uomini di governo.

Una presenza che non si può ignorare, come ora accade, ma di cui tenere conto e avere rispetto.

Lo dobbiamo ai nostri cari…

Matteo non avrà mai giustizia, perché la negligenza del suo datore di lavoro ha stroncato il suo sogno a soli 23 anni, ma quanto dobbiamo ancora aspettare prima che si inizi un cammino diverso dal quale possa nascere una nuova cultura del lavoro?

Per ogni ragazzo che muore il mondo diventa più povero.

Ogni giorno, ogni momento dobbiamo ricordarci che la vita è un miracolo e non ha prezzo.



“Matteo era un sorriso con una faccia intorno”

Questo libro è per lui.


Comitato “Matteo Valenti”

Gruppo di lavoro libro bianco



Finito di stampare a Viareggio

nel settembre 2008

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